Iacopone da Todi 42 "Figli, neputi, frate, rennète".

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Iacopone da Todi
"Figli, neputi, frate, rennète"
Lauda Ereditaria (42)
a cura di Luciano Ghersi, 2016
Splendida lauda, è un piccolo gioiello! Iacopone si
dimostra fedelissimo al suo ideale di "abbreviare il
lungo": "ché la longa materia / sòl generar fastidia, / el
longo abriviare / sòle l'om delettare. (65)". Il Poeta se la
sbriga in un pugno di quartine, dove ci canta tutto quel
che ha da cantare... poi "chi cce vorrà pensare, / ben ce
porrà notare". Avendoci pensato, bene o male, le mie
più grevi note le ho collocate poi, in coda alla poesia. A
capo invece, qualche nota sulla forma per apprezzare,
spero, meglio la lauda stessa che ho collocato in mezzo,
tra forma e contenuto, al suo posto d'onore che le
spetta.
Il breve Iacopone non perde neanche tempo a cer
carsi dei s inonimi. Anzi accogli e vol entieri, com e
sempre, i "bisticci" tra parole: "saio (savio)/... sapivi",
"faccisti tal' fatti", "tuo fatto... /... el farìm " "podere /...
potere...volete". Il Poeta si ripete imperturbabile non
solo nelle repliche di Dialogo: "prometteste // promet
temmo", "amai // amasti", "guadagna congregai // con
gregasti guadagna" ma spesso pure altrove: "gran des
onore - tal desonore" " cur'en to guai - non ne curàm
mai", "darte covelle - darte chevelle (qualcosa)", "de
tanta moneta quant'eo guadagnai - de tanta guadagna
quant'eo congregai".
Ulteriore povertà di Iacopone negli "aggettivi di quali
tà". Se ne contano quattro per tutta la lauda: mancino
(sinistro), crudo (crudele), tenace (tirchio), scecuro
(sicuro, qui "assicurato" in senso finanziario). Tutti deno
tano qualità maligne, compreso "scecuro" perché il
contesto lo nega beffardo.
La situazione è molto negativa: assistiamo a un
Dialogo vivace (per così dire) tra Morto ed Eredi. Lui
patisce le pene del Purgatorio perché i parenti non
vogliono mollare al Prete quanto promesso a parole sul
letto di morte. Il Morto irrompe in scena, questionando i
parenti tutti quanti: figli, nipoti e fratelli, riuniti forse a
pranzo di famiglia... gli compare il fantasma insoddisfat
to! ma lo rintuzzano senza pietà.
Sopra tutto, si parla di denaro ma di tanto denaro:
un Capitale. Sicché Iacopone, povero in termini di quan
tità, abbonda in quelli di quantità: tutto, meno, un ferlino,
una fetta, tanta (x 3), quanta (x 2), molto (x 2), pochi,
gran, plu, covelle, chevelle (qualcosa), ne[i]ente.
Il fantasma recrimina più volte (cinque) "vi lasciai
questo e quello" e ancora "guadagnai, accumulai,
risparmiai, vi amai, vi allevai": tutte parole che rimano in
"-ai", quanto sarebbe d'obbligo in coda d'ogni strofa
(AAAX). "-ai" è l'imperiosa "rima X costante" che s'im
pone dall'inizio: in quella mezza strofa (YX) in capo alla
poesia e si chiama "Ripresa". Perciò a sentirne il nome,
funzionerebbe come Ritornello.
Quell' -ai di rima X, che suona lamentoso come
"ahi!", Iacopone lo rimette, in bocca al Morto, pure all'es
ordio di tutte strofe che spettino a lui. Sicché in capo di
strofa, quell' -ai dà una rima supplementare rispetto alle
X, che si trovano in coda. Soltanto niente -ai, in capo
alla strofa d'inizio, ove si pone innanzitutto la questione:
"Voi (eredi) prometteste!". Dopo di che, a tutti gli -ai
(ahi!) in coda alle strofe del Morto, gli Eredi fanno eco
con: crai (sì... domani), guai, vai, mai: chiusura totale!
Ma lui, riecheggia con un nuovo "ahi!", ogni volta che è
suo turno di parlare: espediente poverissimo e supremo.
Stando alle regole, anche l'ultima strofa dovrebbe
terminare insieme alla poesia con il suo estremo -ai
(ahi!). In effetti, due infidi testimoni (tra quei molti che
pulirono il sozzo Iacopone) qui ci scrivono un bel guai,
oltre a quel paio che ne mise Iacopone. Però quell'altra
coppia di infidi testimoni è contraddetta (o meglio, con
trascritta) da tutti gli altri codici che invece, concordi ci
scrivono plage (piaghe), in barba a quella regola della
costante X. Perciò, secondo la maggioranza dei testi
moni, Iacopone la termina così: "Anche voi, cattivi Eredi,
morirete e proverete allora, per esperienza, le stesse
mie piaghe (plage)" infernali o per dir meglio, purgatori
ali.
Perchè mai senza -ai? C'è un delirio simbolico nel
Medio Evo, che sviscera cinque significati diversi nella
scrittura: Letterale, Metaforico, Allegorico, Morale e
Anagò gico. Fu del irio ri volto so ltanto a lla Sacr a
Scrittura? Certo no, pure Dante vi annette tranquillo la
propria Comedìa (sì: lui metteva l'accento sulla I). Tra
quei reconditi significati, il supremo è l'Anagògico: vuol
dire "che solleva", cioè che "innalza l'occhio spirituale
alla contemplazione delle cose divine". Così lo definisce
un Dizionario Zingarelli (edizione novissima 1923, dove
però non vedo "occhio spirituale", vedrai forse in edizioni
successive).