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John Ortved
La vera storia
dei Simpson
Traduzione
Elisabetta Nifosi
Paola Pavesi
Daniela Viezzer
Paola Zanacca
Isbn Edizioni
Isbn Edizioni
via Sirtori, 4
20129 Milano
Direzione editoriale: Massimo Coppola
Editor: Mario Bonaldi
Redazione: Matteo Alfonsi, Antonio Benforte, Linda Fava
Diritti e redazione: Sara Sedehi
Comunicazione: Valentina Ferrara, Giulia Osnaghi
Grafica: Alice Beniero
www.isbnedizioni.it
[email protected]
Copyright © 2009 by John Ortved
Foreword copyright © 2009 by Douglas Coupland
All rights reserved.
© Isbn Edizioni S.r.l., Milano 2012
Titolo originale: The Simpsons. An Uncensored, Unauthorized History
A Stella, che mi lasciava guardare la tv
e a mia madre, che non me lo lasciava fare
Premessa
di Douglas Coupland
Eccomi qui, vent’anni dopo. Non avrei mai pensato che con l’avanzare dell’età avrei
sviluppato la Sindrome Sopraccigliare di Willie il Giardiniere (SSWG), eppure il
destino me l’ha crudelmente riservata. Ed eccomi qui, vent’anni dopo. Non riesco
ancora ad avvicinarmi al cibo di una mensa senza pensare alla cuoca disonesta di Bart
Simpson e all’enorme quantità di cuori di manzo che fa scaricare sul pavimento della
cucina. E infine, eccomi qui, vent’anni dopo. Nonostante il mio comportamento
educato e il supporto che riservo generalmente a cause meritevoli, non riesco a fare a
meno di pensare a quanto possano essere comodi i mocassini di barboncino del signor
Burns.
Ricordo l’inizio della pazzia, quando la Fox era un giovane network coraggioso con
un luccichio negli occhi che puntava sul piacevole, ma destinato al fallimento, Tracey
Ullman Show quale programma di punta della sua ambiziosa e avanguardistica
programmazione di sitcom. Ricordo di avere visto in quel programma una divertente
clip di animazione in cui un personaggio di Matt Groening, grossolanamente
disegnato, vomitava in un piatto di mentine nella sala di attesa di un medico (almeno,
credo che sia così; le mie cellule cerebrali potrebbero essere affette dall’equivalente
neurologico della SSWG). Ricordo di avere pensato: «Caspita, non posso credere che
alla tv abbiano mostrato uno che vomita. È davvero trasgressivo. Grazie, Fox, per
avere aperto la strada alla satira».
Da allora I Simpson hanno vomitato in piatti di mentine per più di vent’anni. Anzi,
per essere esatti, ora sono i personaggi dei Griffin a cimentarsi in scene
avanguardistiche di vomito. Ma furono I Simpson ad aprire la strada e, così facendo,
crearono una mitologia indipendente di archetipi e storie che uniscono il genere
umano molto più di quanto faccia la NATO, l’Esperanto o il sistema metrico. Durante
gli incontri con i lettori per la promozione dei miei libri ero solito distribuire delle
schede chiedendo agli intervenuti di scrivere il nome del personaggio dei Simpson che
preferivano, per poi raccoglierle al termine dell’incontro. Sorprendentemente i favoriti
non erano Bart, Homer o altri personaggi principali, ma le figure secondarie: l’Uomo
Duff con il suo «Ooh yeah!» e la sua tendenza a parlare in terza persona, Selma,
l’adorata megera lesbica e fumatrice incallita, o (forse il personaggio più oscuro di
tutti) Lindsay Naegle, l’alcolizzata nullità del marketing.
Lo scopo principale di questa pratica era quello di creare uno stato d’animo positivo
e la cosa ha sempre funzionato. Le persone arrivano a tali incontri con vari stati
d’animo e, dopo un po’ di punzecchiature scherzose sui Simpson, emerge
un’omeostasi psichica decisamente più gioiosa. In una ferramenta di Quebec ricordo
di aver visto una teenager alla fine di una corsia, con in mano uno spolverino di piume
blu, che diceva a un’amica: «C’est Marge Simpson». È la pace mondiale messa in
pratica.
Immagino che la SSWG sia solo un sintomo secondario di una malattia più ampia
chiamata invecchiamento. Mi guardo allo specchio e mi sento quotidianamente offeso
da me stesso, mentre I Simpson rimangono giovani e freschi come sempre, tranne nei
primi episodi, che non sono disegnati bene come gli ultimi Homer appare buffo e
che risultano quindi difficili da rivedere più volte (i fan sanno a cosa mi riferisco). Mi
piace il fatto che non si conosca l’ubicazione di Springfield. Adoro il fatto che non si
sappia mai dove ti porterà un episodio: a Capitol City, a Epcot, a Winnipeg o in un
piatto di mentine pieno di vomito. Potreste avere una certa reticenza a iniziare la
lettura di questo volume: forse non è una buona idea scoprire come fu creata questa
serie; magari è meglio non vedere come i cuori di manzo vengono trasformati in un
pranzo. Forse, però, alla fine del libro vi sentirete rinvigoriti e più vogliosi che mai di